|
LUNA |
| Non c'è simbolo astrale o personaggio mitologico che ha un fascino del mistero e dell'occulto come quello della Luna. Tutto ciò che riguarda questo simbolo ha che fare con cose mutevoli e sfuggenti. Per i greci era Selene (da Sèlas = splendore), nata dalla titanessa della luce Theia, chiamata anche Tia o Tea oppure Euryphaessa "colei che splende fin lontano"; la quale si era unita al fratello Iperione, forma contratta d'Iperionide (quello di sopra), identificato con la luminosità del cielo. Teia risplendente a tutti i mortali e agli immortali dei che possiedono l'ampio cielo, giacendo con Iperione in amore, generò Elios il grande Sole, Selene, la splendida Luna, ed Eos, la luce dell'Aurora. Era spesso raffigurata nel firmamento alla guida del carro lunare trainato dai candidi buoi che Pan le aveva donato per consolarla dell'inganno grazie al quale era riuscito a sedurla: nascosto il pelo irsuto e nerastro sotto il vello di una bianca pecora, aveva potuto avvicinarla convincendola a salire sulla sua groppa per poi goderla, ormai consenziente. Questo racconto cela probabilmente la traccia di un antico rito orgiastico, che aveva per scenario il chiaro di luna della magica notte di Calendimaggio, quando la regina della festa cavalcava in piedi un maschio prima di congiungersi con lui in un sacro amplesso. Un'altra versione racconta la travolgente passione del dio Pan, tanto brutto e oscuro quanto Selene era bella e splendente, ma Selene amava l'oscurità ricevendone l'abbraccio ogni notte. A lei si congiunse nel talamo una volta Zeus dall'amplesso nacque Pandia, la fanciulla che, tra i beati del cielo ha forma tanto avvenente. Si narrava, inoltre che ogni sera Elios adagiava la sua aurea quadriga sull'Oceano, dove sorgeva Selene, con la quale giaceva nella notte. Poi si salutavano e, mentre il dio solare dormiva nella coppa forgiata da Efesto aspettando l'arrivo della sorella Eos, la dea dell'Aurora, Selene percorreva il cielo stellato in compagnia delle nove sacerdotesse che badavano al suo argenteo cocchio. Per venticinque giorni i due fratelli amanti s'incontravano, ma gli altri cinque Selene, all'insaputa di Elios, si recava dietro la catena montuosa del Latmo, in Asia Minore, per dedicarsi all'amato Endimione col quale giaceva per tre giorni (quelli del novilunio quando la Luna non'è visibile). Questo è il racconto più ricco di particolari suggestivi, il nome Endimione significa "colui che dimora dentro" e il "dentro" in questo caso è il grembo di una grotta, dove la dea lo vide per la prima volta, innamorandosene perdutamente. Così sdraiatasi al suo fianco, lo baciò sulle palpebre e da quel momento i suoi occhi non si riaprirono più, suggellando un sonno eterno. Non'è univoca la spiegazione che si dà per questa condizione particolare: c'è chi dice essergli stata imposta proprio da Selene per poterlo ammirare e baciare liberamente ogni volta che lo desiderava, chi parla di un dono di Ipno, il dio alato del sonno che, innamoratosi di questo bellissimo giovane, gli avrebbe consentito di vivere per sempre dormendo a occhi aperti; chi parla di un dono di Zeus su espressa richiesta di Endimione di cui Zeus era il padre (aveva avuto il figlio dalla ninfa Calice). Infine c'è chi sostiene che si trattasse di una punizione voluta dallo stesso Zeus, per aver Endimione mancato di rispetto a Era, regina degli dei. Si racconta inoltre che da Selene ed Endimione nacquero cinquanta figlie, tante quanti sono i mesi di un Olimpiade. Ciò è da mettere in relazione alla tradizione secondo la quale Endimione sarebbe stato un Re dell'Elide, la terra dove vennero fondati i giochi Olimpici. A Babilonia invece la Luna era chiamata Sin, ed era considerata una divinità maschile, il "Padre degli dei" e "Signore della conoscenza e della saggezza". Se la Luna, o meglio il Luno, appariva come supremo reggente, ciò era dovuto a un dottrina maturata astronomicamente. Luna e Sole sono, infatti, due opposti: nella loro posizione perfetta, quando la prima è piena, stanno l'una di fronte all'altro; essa, infatti, sale nel cielo quando il Sole tramonta, a mezzanotte allorché il secondo si trova al punto più basso, è al culmine mentre cala al suo sorgere; quanto più si avvicina al Sole, tanto più perde splendore fino a quando, novilunio diventa invisibile. Se dunque cerchiamo una posizione ottimale per i due astri maggiori cioè una posizione nella quale la loro essenza si manifesti, che agisca nel modo più intenso, questa è per entrambi la posizione di mezzanotte, quando la Luna piena è in culminazione. Al Sole in quel momento appartiene il punto opposto del cielo, esso si trova cioè in quella posizione in cui è invisibile: è agli inferi; ne consegue che, dei due appartiene alla Luna il mondo superiore, al Sole l'inferiore: assai in contrasto con il nostro sentimento, ma astronomicamente esatto. D'altronde la luce dei pianeti, la "luce degli dei", risplende di notte mentre di giorno scompare a causa del Sole: " Esso è dunque la forza delle tenebre, degli inferi. In effetti, come la Luna diviene invisibile man mano che si avvicina al Sole ed entra nel suo campo per poi sprofondare addirittura nel modo infero, così si comportano gli altri pianeti e persino le stelle fisse". Per questo motivo nell'astrologia babilonese la Luna era posta in primo piano rispetto al Sole, al contrario di quanto avveniva in Egitto, dov'era il secondo a primeggiare; era chiamata "il frutto che si riproduce da se stesso". Sin, dio maschile e trino, simboleggiava la manifestazione di quel principio individuato nelle sue tre forme di vita, morte e rinascita. Era rappresentato sul battello lunare mentre navigava attraverso la volta celeste. Assimilabile alla Luna era anche Leda, il cui nome di origine orientale, aveva lo stesso significato di Latona, la madre di Apollo e Artemide: era la ninfa primigenia, il primo essere femminile. In un'altra versione del mito, si chiamava Nemesi, figlia della Notte e di Oceano; dea della giusta vendetta, e perciò della giustizia punitrice. Nemesi fuggendo dallo spasimante Zeus, si era gettata in mare trasformandosi in pesce; poi era risalita sulla terra ferma assumendo le sembianze di un'oca. Fu allora che il sovrano degli dei riuscì finalmente a congiungersi con lei nelle sembianze di un cigno. Il pesce simboleggia la falce crescente e la bianca oca la Luna piena, ovvero la Grande Madre che sarà ingravidata, "celata di nuovo"; ma pronta a risorgere nella figlia Elena, la mitica sorella dei Dioscuri colei che sarà la causa della guerra di Troia. Ecate (Ekàte) fu invece chiamata la Luna nera, la Luna in congiunzione col Sole, fra tutte le divinità della Teogonia essa godeva, grazie a Zeus e insieme con lui, del particolare privilegio di estendere la sua giurisdizione su terra, cielo e mare. Ecate, la Luna che regna negli inferi, la Luna nera, la Luna che esiste ma non si vede, l'oscura Luna simbolo della morte dove poi tutto rifluisce per rinascere, venne considerata a poco a poco fra gli Elleni legata al mondo delle ombre: la divinità che presiedeva al mondo dgli incantesimi. Appariva a maghi e maghe con una torcia in ogni mano oppure nelle sembianze di un animale, come giumenta o cagna o lupa. A lei si fece risalire l'invenzione della stregoneria. Lei invocava Medea, figlia del fratello di Circe, Eete, per i suoi incantesimi: lei invocava Circe negli incantesimi operati, per difendersi dalla rabbia e dal desiderio di vendetta dei compagni di Pico, il figlio di Saturno, che "la maga" aveva trasformato in un picchio punendolo perché aveva rifiutato il suo amore. Per questo motivo le erano sacri i crocicchi, luoghi di magia per antonomasia, dove si ergevano sue statue, ai piedi delle quali erano deposte offerte. |